La grande paura di Guterres e dell’ONU è che un eventuale arretramento della maggiore potenza economica e politica mondiale (che, ricordiamolo, ha un consumo di energia pari alla strabiliante cifra di 4,099 miliardi di kilowattora nel 2024 ,destinato a salire a 4,128 miliardi di kWh nel 2025, ed è anche il secondo peggior inquinatore al mondo dopo la Cina, con 5.269.529.513 tonnellate di CO2 emessa nell’aria) porti a una paralisi di fatto del processo di realizzazione degli accordi di Parigi.
Insomma, il dentro-fuori (o in-out, se vogliamo dirla all’inglese…) degli Stati Uniti si rinnoverebbe per la seconda volta, dopo che nella sua prima presidenza Trump aveva già compiuto la prima eco-exit dal Trattato.
Guterres ha paragonato l’eventuale uscita degli USA ad un organismo che perde un arto per una sorta di auto-amputazione, un parziale harakiri.
“L'accordo di Parigi può sopravvivere” ha detto il Segretario ONU “ma a volte le persone possono perdere organi importanti o perdere le gambe e sopravvivere. Ma noi non vogliamo un accordo di Parigi paralizzato. Vogliamo un vero accordo di Parigi”.
Ciò che Guterres sembra temere di più, al di là di una dismissione degli impegni ambientali da parte degli USA che finora sono stati piuttosto tiepidi, è l’effetto domino che l’uscita americana potrebbe causare, soprattutto per gli altri governi con il “cuore a destra” dei Paesi impegnati nell’accordo.
In un’intervista al quotidiano inglese “Guardian” durante il vertice sulla biodiversità COP16 a Cali, in Colombia, Guterres ha ricordato agli Stati Uniti il fatidico limite degli 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali che è l’impegno numero uno degli accordi parigini. Quello, aggiungiamo noi, che giorno dopo giorno vediamo scivolare sempre più lontano e sfumare in un orizzonte pericolosamente irraggiungibile.
“È molto importante che gli Stati Uniti adottino il tipo di politiche necessarie per rendere l'obiettivo di 1,5 gradi ancora realistico”, ha dichiarato.
Si ripeterà dunque la storia del 2020, quando gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese al mondo a ritirarsi formalmente dall'Accordo di Parigi? Trump ne aveva annunciato l'uscita già nel giugno 2017, ma le complicate regole di uscita causarono un ritardo di tre anni tra la decisione e l'uscita formale.
Quando salì alla presidenza Joe Biden, gli USA rientrarono immediatamente nella casa del Trattato. Fu un atto simbolico, compiuto, lo ricordiamo, nel primo giorno della sua presidenza, nel gennaio 2021.
Ovvio che bisognerà verificare l’entità dei proclami elettorali trumpiani (nuovi investimenti nei combustibili fossili, taglio al sostegno alle auto elettriche e alle energie rinnovabili ecc) alla prova dei fatti, quando l’amministrazione si insedierà e comincerà effettivamente a lavorare. Senza dimenticare il ruolo del Senato, che è ritornato con queste elezioni sotto l’influenza repubblicana.
Intanto, voci come quella di Michael Mann, scienziato del clima dell'Università della Pennsylvania, già avvertono che la seconda presidenza Trump potrebbe diventare
“un game over per un'azione significativa sul clima in questo decennio, e stabilizzare il riscaldamento al di sotto di 1,5°C diventerebbe probabilmente impossibile”.
Staremo a vedere.