Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, percepisce la verità.
Essi non predicano dottrine e ricette ma predicano, noncuranti del particolare, la
legge primordiale della vita.
La celebre citazione di Hermann Hesse sugli alberi come dispensatori silenziosi di
verità, come simboli viventi del dharma, capaci di incarnare la legge fondamentale
della vita, è ormai sempre più familiare anche fra noi “moderni”.
E’ una sensibilità, quella riguardo alla sacralità dell’elemento vivente albero, che per
fortuna non abbiamo perduto del tutto nel passaggio dalla concezione del mondo
tradizionale – quella che l’umanità ha condiviso per millenni, in qualsiasi angolo del
pianeta vivesse – a quella contemporanea dell’homo technologicus, incapace ormai
di simbolizzare, di dare significati a ciò che lo circonda che non siano meramente
utilitaristici e sempre piegati ai propri fini.
E’ nota la metafora platonica dell’essere umano come albero rovesciato: con le
radici, cioè, che attingono al cielo – ma anche con la testa e le braccia ben piantate,
anzi affondate nella terra, a simboleggiare il rapporto vitale con il “basso”, quella
dimensione materica che troppo spesso tendiamo a dimenticare.
E se l’immagine del Timeo di Platone è più vera e suggestiva che mai – peraltro
sicuramente non originale del grande filosofo greco, ma attinta da una tradizione
più antica, certamente orientale e di cui non mancano le fonti – è altrettanto vero il
rapporto se lo si rovescia.
Come l’uomo è una sorta di albero, così un albero è, in fondo, un’immagine
fortemente assimilabile a quella di un essere umano.
Soprattutto perché ne possiamo monitorare la crescita, dalla “nascita” o quasi al
primo sviluppo, fino alla piena maturità e, naturalmente, alla vecchiaia.
Spesso, nonostante siano passati secoli, gli edifici antichi sono ancora perfettamente in piedi ed esteticamente belli, mentre le …