C’è poi un ulteriore 13% di cibo che si perde nella catena di approvvigionamento alimentare, tra il raccolto e il mercato: la causa è quasi sempre il deterioramento della materia commestibile.
Se poi qualcuno pensasse che questi enormi e insensati sprechi non contribuiscono alla crisi del clima e della biodiversità… naturalmente si sbaglia di grosso. Rappresentano invece, secondo il rapporto ONU, quasi il 10% delle emissioni globali di gas a effetto serra.
“Lo spreco alimentare è una tragedia globale", ha affermato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, che ha redatto il rapporto in collaborazione con il Programma d'azione per i rifiuti e le risorse (Wrap) del Regno Unito. “Tutto questo mentre un terzo delle persone si trova ad affrontare l'insicurezza alimentare, non sapendo da dove proverranno i loro pasti futuri”.
Nonostante la triste realtà sia nota da anni, pochi Paesi hanno in atto piani per ridurre gli sprechi alimentari e la maggior parte non li include nelle loro proposte di riduzione delle emissioni di carbonio.
Sembra poi che nei Paesi caldi si butti via più cibo, forse a causa del minor tempo di deperimento degli alimenti a temperature più elevate, della mancanza di accesso alla refrigerazione e del maggior consumo di alimenti freschi che hanno più parti non commestibili.
Altro dato sorprendente: le famiglie più povere tendono a buttare via il cibo a un tasso non molto inferiore rispetto a quelle con un reddito più elevato, essendo responsabili di circa 7 kg di rifiuti all'anno per persona in meno di quelle più ricche. Anche qui la mancanza di accesso a refrigerazione e conservazione adeguate e la dipendenza da alimenti di qualità inferiore fanno la loro parte.
Se nel mondo, ogni anno, vengono sprecati circa 79 kg di cibo a persona, è anche vero che alcuni Paesi - come il Regno Unito, l'Australia, l'Indonesia, il Messico e il Sudafrica – hanno cominciato a ridurre gli sprechi alimentari in modo sostanziale, perlomeno dal 2007. Il Giappone ha ridotto gli sprechi alimentari di quasi un terzo e il Regno Unito di circa il 18%.
E dunque la soluzione? Secondo molti esperti è nel promuovere la collaborazione “fra i rivenditori e i produttori alimentari da una parte e le food bank, i banchi alimentari, dall’altra”.
"Il food banking è un modello importante e unico per ridurre la perdita e lo spreco di cibo” spiegano gli esperti “perché i banchi alimentari non solo lavorano con le aziende agricole, i produttori, i rivenditori e i servizi alimentari per salvare il cibo sano, ma si assicurano anche che il cibo finisca sulle tavole delle persone che affrontano l'insicurezza alimentare".
La strada è quella. Ma bisogna mettercisi con impegno, e soprattutto con adeguate politiche governative che diano la spinta a questo settore. Cosa di cui non si vede nemmeno l’ombra, per ora. Almeno da noi.