“Dobbiamo dimostrare alla maggioranza dei diseredati del mondo che l'ecologia e la conservazione non andranno contro i loro interessi ma porteranno un miglioramento nelle loro vite”, è il focus e la preoccupazione di Gandhi. Che si chiede:
“Ci sarà una condivisione più equa dei costi ambientali e un maggiore interesse internazionale per il progresso accelerato del mondo meno sviluppato?”
Indira Gandhi
Discorso alla sessione plenaria della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, 1972.
È davvero un onore parlare a questa Conferenza - di per sé una nuova espressione dello spirito che ha dato vita all’impegno delle Nazioni Unite per il benessere presente e futuro dell'umanità. Non mira semplicemente a garantire accordi limitati, ma a stabilire la pace e l'armonia nella coesistenza fra tutte le razze e con la Natura. Questo incontro rappresenta il serio sforzo dell'uomo per comprendere la propria condizione e per prolungare la sua permanenza su questo pianeta. Alla convocazione di questa Conferenza, guidata dalla personalità dinamica del Sig. Maurice Strong, Segretario Generale, è stata dedicata una grande quantità di lavoro preparatorio dettagliato.
Ho avuto la fortuna di crescere con un senso di parentela con la natura in tutte le sue manifestazioni. Uccelli, piante, pietre sono stati sempre miei compagni e, dormendo sotto il cielo cosparso di stelle, ho preso confidenza con i nomi e i movimenti delle costellazioni. Ma il mio profondo interesse per questa nostra "unica terra" non era per la Terra in sé stessa, ma in quanto casa adatta per l'umanità.
Non si può essere veramente umani e civilizzati se non si guardano non solo tutti gli altri esseri umani, ma tutta la creazione con gli occhi di un amico. In tutta l'India, gli editti scolpiti sulle rocce e sui pilastri di ferro ricordano che 22 secoli fa l'imperatore Ashoka definì il dovere di un re non solo proteggere i cittadini e punire i trasgressori, ma anche preservare la vita animale e gli alberi della foresta. Ashoka è stato il primo e forse l'unico monarca fino a tempi molto recenti, a vietare l'uccisione di un gran numero di specie di animali per sport o per cibo, prefigurando alcuni degli impegni di questa Conferenza. Andò oltre: rinnegò la carneficina causata dalle sue conquiste militari e ingiunse ai suoi successori di trovare "il loro unico piacere nella pace che arriva dalla rettitudine".
Insieme al resto dell'umanità, noi in India, nonostante Ashoka, siamo stati colpevoli di uno sfrenato disprezzo per le fonti del nostro sostentamento. Condividiamo la vostra preoccupazione per il rapido deterioramento della flora e della fauna. Parte della nostra fauna selvatica è stata cancellata, chilometri di foreste con bellissimi alberi secolari, muti testimoni della storia, sono stati distrutti. Anche se il nostro sviluppo industriale è agli inizi, e nella sua fase più difficile, stiamo adottando varie misure per affrontare gli squilibri ambientali incipienti. Tanto più per la nostra preoccupazione per l'essere umano, una specie anch'essa in pericolo. Nella povertà l’essere umano è minacciato dalla malnutrizione e dalle malattie, nella debolezza dalla guerra, nella ricchezza dall'inquinamento provocato dalla sua stessa prosperità.
Sembra che, paese dopo paese, “progresso” debba diventare sinonimo di assalto alla natura. Noi che siamo parte della natura e dipendiamo da essa per ogni necessità, parliamo costantemente di “sfruttare” la natura. Quando nel 1953 fu scalata la montagna più alta del mondo, Jawaharlal Nehru si oppose alla frase "conquista dell'Everest" perché la riteneva arrogante. È sorprendente come questa mancanza di considerazione e il bisogno costante di dimostrare la propria superiorità si debbano proiettare sul modo in cui trattiamo i nostri simili. Ricordo Edward Thompson, uno scrittore britannico e un buon amico dell'India, una volta disse al signor Gandhi che la fauna selvatica stava rapidamente scomparendo. Ha osservato il Mahatma: "Sta diminuendo nelle giungle ma sta aumentando nelle città".
Siamo qui riuniti sotto l'egida delle Nazioni Unite. Dovremmo appartenere alla stessa famiglia condividendo tratti comuni, spinti dagli stessi desideri fondamentali, eppure abitiamo un mondo diviso. Come può essere altrimenti? Non c'è ancora il riconoscimento dell'uguaglianza dell'essere umano o il rispetto per lui come individuo. In materia di colore e razza, religione e costumi, la società è governata dal pregiudizio. Le tensioni sorgono a causa dell'aggressività dell'uomo e delle nozioni di superiorità.
La cosiddetta “politica del grosso bastone” prevale ed è usata non a favore della lealtà o della bellezza, ma per inseguire immaginari mulini a vento - per assumersi il diritto di interferire negli affari degli altri e arrogarsi l'autorità per azioni che normalmente non sarebbero consentite. Molti dei paesi avanzati di oggi hanno raggiunto la loro attuale ricchezza grazie al loro dominio su altre razze e paesi, allo sfruttamento delle loro risorse naturali. Hanno ottenuto un vantaggio grazie alla pura spietatezza, non toccati da sentimenti di compassione o da teorie generali di libertà, uguaglianza o giustizia.
Le agitazioni per le rivendicazioni dei diritti politici dei cittadini e dei diritti economici del lavoratore arrivarono solo dopo che erano stati compiuti notevoli avanzamenti. Le ricchezze e il lavoro dei paesi colonizzati hanno avuto un ruolo non secondario nell'industrializzazione e nella prosperità dell'Occidente. Ora, se lottiamo per creare una vita migliore per la nostra gente, questo accade in un contesto molto diverso, poiché ovviamente oggi vigiliamo “con occhio d'aquila” e non possiamo indulgere nelle vecchie pratiche quand’anche per un fine utile. Siamo vincolati dai nostri stessi ideali. E’ nostro obbligo rispettare i principi dei diritti dei lavoratori e delle norme sancite negli statuti delle organizzazioni internazionali. Soprattutto siamo responsabili nei confronti dei milioni di cittadini politicamente consapevoli nei nostri paesi. Tutto ciò rende il progresso più costoso e più complicato.
Da un lato, i ricchi guardano con sospetto la nostra persistente povertà, dall'altro ci mettono in guardia contro i loro stessi metodi. Non vogliamo impoverire ulteriormente l'ambiente e tuttavia non possiamo dimenticare per un momento la triste povertà di un gran numero di persone. Non sono la povertà e il bisogno i maggiori inquinatori? Ad esempio, a meno che non siamo in grado di fornire occupazione e potere d'acquisto per le necessità quotidiane dei popoli indigeni e di coloro che vivono nelle nostre giungle o nei dintorni, non possiamo impedire loro di setacciare la foresta per il cibo e gli altri mezzi di sussistenza, di fare bracconaggio e spogliare la vegetazione. Quando loro stessi sanno di essere privi di tutto, come possiamo richiamarli al dovere della conservazione degli animali?
Come possiamo parlare a coloro che vivono nei villaggi e nelle baraccopoli perché mantengano puliti gli oceani, i fiumi e l'aria quando le loro stesse vite sono contaminate alla fonte? L'ambiente non può essere migliorato in condizioni di povertà. Né la povertà può essere sradicata senza l'uso della scienza e della tecnologia. Deve per forza esserci conflitto tra la tecnologia e un mondo veramente migliore, o tra uno spirito illuminato e uno standard di vita più elevato? Gli stranieri a volte ci fanno quella che a noi sembra una domanda molto strana: se il progresso in India non significhi una diminuzione della sua spiritualità o dei suoi valori. La qualità spirituale sarebbe così superficiale da dipendere dalla mancanza di comodità materiali? Come paese non siamo più o meno spirituali di qualsiasi altro, ma tradizionalmente la nostra gente si è imposta come valore da rispettare lo spirito di distacco e di rinuncia. Storicamente, le nostre grandi scoperte spirituali sono state fatte durante periodi di relativa ricchezza. Le dottrine del distacco dai beni furono sviluppate non come razionalizzazione della privazione, ma per impedire che il comfort e l'agiatezza offuscassero i sensi. Spiritualità significa l'arricchimento dello spirito, il rafforzamento delle proprie risorse interiori e l'ampliamento della propria gamma di esperienze.
È la capacità di essere fermi nel mezzo dell'attività e attivamente vivi nei momenti di calma; di separare l'essenza dalle circostanze; accettare la gioia e il dolore con un equanimità. La percezione e la compassione sono i segni della vera spiritualità.
Mi viene in mente quello che accadde in una delle nostre aree tribali. La rumorosa richiesta degli anziani capi tribù che i loro costumi fossero lasciati indisturbati trovò sostegno presso noti antropologi. Preoccupato che la maggioranza non soffocasse i numerosi gruppi etnici, razziali e culturali del nostro paese, il governo indiano ha largamente accettato questo consiglio. Io ero tra coloro che approvarono completamente. Tuttavia, una visita in una parte remota della nostra frontiera nord-orientale mi ha messo in contatto con un diverso punto di vista: la protesta degli elementi più giovani che, mentre il resto dell'India era sulla via della modernizzazione, si sentivano come pezzi da museo. Non potremmo dire lo stesso alle nazioni ricche?
Nell'ultimo quarto di secolo, siamo stati impegnati in un'impresa senza pari nella storia umana: provvedere ai bisogni primari di un sesto dell'umanità nell'arco di una o due generazioni. Quando ci siamo lanciati in questo sforzo, i nostri primi pianificatori si trovarono davanti più lacune da colmare di quanto si potesse pensare. Non c'erano abbastanza dati e nessun libro che potesse aiutarli.
Non c’era nessuna esperienza di altri paesi cui si potesse far riferimento, perché le loro condizioni - politiche, economiche, sociali e tecnologiche - erano del tutto diverse. La pianificazione nel senso innovativo che stavamo sperimentando non era mai stata utilizzata nel contesto di un'economia mista.
Ma non potevamo aspettare. La necessità di migliorare le condizioni della nostra gente era pressante. Pianificazione e azione; il miglioramento dei dati che porta a una migliore pianificazione e ad una migliore azione; tutto questo è stato un processo continuo e sovrapposto. La nostra industrializzazione tendeva a seguire le strade che i paesi più avanzati avevano percorso in precedenza. Con l'arrivo degli anni '60 e in particolare durante gli ultimi cinque anni, abbiamo incontrato una serie inaspettata di problemi, alcuni dovuti alle nostre carenze, ma molti inerenti al processo e agli atteggiamenti esistenti. Cresce in noi la sensazione che dovremmo riordinare le nostre priorità e allontanarci dal modello unidimensionale, che ha considerato la crescita solo da certe angolazioni limitate, che sembra aver collocato in un posto più alto le cose piuttosto che le persone e che ha aumentato i nostri desideri piuttosto che il nostro divertimento. Dovremmo avere un approccio più completo alla vita, incentrato sull'uomo non come una statistica, ma come un individuo con la sua personalità sfaccettata. La soluzione di questi problemi non può essere limitata a fenomeni isolati di importanza marginale, ma deve essere parte integrante del dispiegarsi del processo stesso di sviluppo.
Le forme estreme in cui vengono poste questioni di popolazione o di inquinamento ambientale oscurano la visione complessiva delle situazioni politiche, economiche e sociali. Il governo indiano è uno dei pochi che ha un programma di pianificazione familiare promosso ufficialmente, e sta facendo dei progressi. Crediamo che la pianificazione familiare creerà una popolazione più sana e più consapevole. Ma sappiamo anche che nessun programma di controllo della popolazione può essere efficace senza istruzione e senza un tangibile aumento del tenore di vita. I nostri programmi hanno avuto successo nelle aree urbane o semiurbane. Per i più poveri, ogni bambino è un guadagno e un aiuto. Stiamo sperimentando nuovi approcci e il programma di pianificazione familiare si sta affiancando a quelli della maternità e del benessere dei bambini, dell'alimentazione e dello sviluppo in generale.
È una semplificazione esagerata dare la colpa di tutti i problemi del mondo all'aumento della popolazione. I paesi con solo una piccola frazione della popolazione mondiale consumano la maggior parte della produzione mondiale di minerali, combustibili fossili e così via. Così vediamo che quando si tratta di esaurimento delle risorse naturali e di inquinamento ambientale, l'aumento di un abitante in un paese benestante, con il suo livello di vita, equivale a un aumento di molti asiatici, africani o latinoamericani con il loro livello materiale attuale.
Il conflitto intrinseco non è tra conservazione e sviluppo, ma tra ambiente e sfruttamento sconsiderato dell'uomo e della terra in nome dell'efficienza. Gli storici ci dicono che l'età moderna è iniziata con la volontà di libertà dell'individuo. E l'individuo arrivò a credere di avere diritti senza doveri corrispondenti. L'uomo che faceva carriera era quello che suscitava l'ammirazione. Non sono state poste domande sui metodi impiegati o sul prezzo che altri hanno dovuto pagare. La civiltà industriale ha promosso il concetto dell'uomo efficiente, colui le cui energie sono concentrate nel produrre di più in una data unità di tempo e da una data unità di manodopera. I gruppi o gli individui meno competitivi e, secondo questo criterio, meno efficienti sono considerati razze inferiori: ad esempio le civiltà più antiche, i popoli neri e mulatti, le donne e alcune professioni.
L'obsolescenza è insita nella produzione e l'efficienza si basa sulla creazione di beni che non sono realmente necessari e che non possono essere smaltiti una volta scartati. Qual è il prezzo adesso per tale efficienza, e sconsideratezza non è un termine più appropriato per tale comportamento? Tutti gli "ismi" dell'età moderna - anche quelli che in teoria rinnegano il principio del profitto privato - presuppongono che l'interesse cardinale dell'uomo sia l'acquisizione. Il movente del profitto, individuale o collettivo, sembra mettere in ombra tutto il resto. Questa preoccupazione prevalente per sé stessi e per l'oggi è la causa fondamentale della crisi ecologica. L'inquinamento non è un problema tecnico. La colpa non sta nella scienza e nella tecnologia in quanto tali, ma nel senso dei valori del mondo contemporaneo che ignora i diritti degli altri e dimentica la prospettiva del lungo periodo.
Alcuni insinuano il dubbio che la discussione sull'ecologia possa essere finalizzata a distogliere l'attenzione dai problemi della guerra e della povertà. Dobbiamo dimostrare alla maggioranza dei diseredati del mondo che l'ecologia e la conservazione non andranno contro i loro interessi ma porteranno un miglioramento nelle loro vite. Negare loro la tecnologia li priverebbe di vaste risorse di energia e conoscenza. Questo non è più fattibile, e non può essere accettato.
I problemi ambientali dei paesi in via di sviluppo non sono l’effetto collaterale dell'eccessiva industrializzazione, ma riflettono l'inadeguatezza dello sviluppo. I paesi ricchi possono considerare lo sviluppo come la causa della distruzione ambientale, ma per noi è uno dei mezzi principali per migliorare l'ambiente in cui vivere o fornire cibo, acqua, servizi igienici e una casa; di rendere verdi i deserti e abitabili le montagne. La ricerca e la perseveranza delle persone che ci si sono dedicate ci hanno fornito una visione che probabilmente giocherà un ruolo importante nella definizione dei nostri piani futuri. Vediamo che per quanto l'uomo brami i beni materiali, questi non potranno mai dargli piena soddisfazione. Così il tenore di vita più elevato deve essere raggiunto senza alienare le persone dalla loro eredità umana e senza spogliare la natura della sua bellezza, freschezza e purezza, così essenziali per la nostra vita.
La questione più urgente e fondamentale è quella della pace. Niente è così inutile come la guerra moderna. Niente distrugge così istantaneamente, così completamente come le armi diaboliche che non solo uccidono, ma mutilano e deformano i vivi e coloro che devono ancora nascere; che avvelenano la terra, lasciando lunghe scie di bruttezza, sterilità e desolazione senza speranza. Quali progetti ecologici possono sopravvivere a una guerra? Il Primo Ministro svedese, Olof Palme, ha già richiamato l'attenzione della Conferenza su questo con parole forti.
È chiaro che la crisi ambientale che sta affrontando il mondo cambierà profondamente il destino futuro del nostro pianeta. Nessuno di noi, qualunque sia il nostro stato, forza o condizione, può rimanere indenne. Il processo di cambiamento sfida le politiche internazionali. La crescente consapevolezza di "una terra" e "un ambiente" ci guiderà al concetto di "una sola umanità"? Ci sarà una condivisione più equa dei costi ambientali e un maggiore interesse internazionale per il progresso accelerato del mondo meno sviluppato? Oppure , resterà confinato in una preoccupazione ristretta, fondata sull'esclusiva autosufficienza?
I primi tentativi di ridurre le disparità economiche e tecnologiche non sono riusciti perché le politiche di aiuto erano fatte per assecondare le equazioni di potere. Auspichiamo che il rinnovato accento sull'autosufficienza, determinato dal cambiamento della situazione degli aiuti, promuova anche la ricerca di nuovi criteri di soddisfazione umana. Nel frattempo, le crisi ecologiche non dovrebbero aggiungere oneri alle nazioni più deboli introducendo nuove prospettive nelle politiche commerciali delle nazioni ricche. Sarebbe ironico se la lotta contro l'inquinamento venisse convertita in un altro business, dal quale poche aziende, corporazioni o nazioni trarrebbero profitti a spese di molti. Ecco un ramo della sperimentazione e della ricerca in cui gli scienziati di tutte le nazioni dovrebbero interessarsi. Dovrebbero garantire che le loro scoperte siano disponibili a tutte le nazioni, senza restrizioni di brevetti. Sono lieto che la Conferenza abbia riflettuto su questo aspetto del problema.
La vita è una e il mondo è uno, e tutte queste domande sono interconnesse. L'esplosione demografica; la povertà; l'ignoranza e la malattia, l'inquinamento del nostro ambiente, l'accumulo di armi nucleari; le armi e gli agenti biologici e chimici di distruzione fanno tutti parte di un circolo vizioso. Ognuno di questi problemi è importante e urgente, ma affrontarli uno per uno sarebbe uno sforzo sprecato.
(…)
In una precedente occasione ho parlato della rivoluzione incompiuta nei nostri paesi, ora sono convinta che questa potrà essere portata al suo culmine quando sarà accompagnata da una rivoluzione del pensiero sociale. Nel 1968 alla 14a Conferenza Generale dell'UNESCO la delegazione indiana, insieme ad altri, propose un nuovo e importante programma dal titolo “un progetto di vita”. Questo è essenziale per cogliere tutte le implicazioni del progresso tecnico e il suo impatto su diversi settori e gruppi. Non vogliamo riportare indietro l'orologio o rassegnarci a un semplicistico stato naturale. Vogliamo nuove direzioni nell'uso più saggio delle conoscenze e degli strumenti di cui la scienza ci ha dotato. E questo non può essere solo un'impennata, ma una continua ricerca di causa ed effetto e uno sforzo incessante per abbinare la tecnologia a livelli di pensiero più elevati. Dobbiamo preoccuparci non solo del tipo di mondo che vogliamo, ma anche del tipo di uomo che dovrebbe abitarlo. Sicuramente non desideriamo una società divisa in coloro che condizionano e coloro che sono condizionati. Vogliamo persone pensanti capaci di attività spontanee autodirette, persone che siano interessate e interessanti e che siano piene di compassione e preoccupazione per gli altri.
Non sarà facile per le grandi società cambiare stile di vita. Non possono essere costretti a farlo, né può bastare l'azione del governo. Le persone possono essere motivate e sollecitate a partecipare ad alternative migliori. Nella mia esperienza, le persone che sono ostili alla natura sono ciniche nei confronti dell'umanità e a disagio con sé stesse. L'uomo moderno deve ristabilire un legame ininterrotto con la natura e con la vita. Deve imparare di nuovo a invocare l'energia delle cose in crescita e a riconoscere, come fecero gli antichi in India secoli fa, che si può prendere dalla Terra e dall'atmosfera solo quanto si ripone in esse. Nel loro inno alla Terra, i saggi dell'Atharva Veda cantavano, cito letteralmente: "Quello che di te scavo, lascia che cresca rapidamente, non farmi colpire i tuoi organi vitali o il tuo cuore". Così l'uomo stesso può essere vitale, di buona volontà e cosciente della sua responsabilità.