Le giornate di tardo autunno, quando il cielo non è nuvoloso, declinano in pomeriggi imperdibili per serenità e tenuità di colori, dal rosso acceso al verde che sfuma nel blu cobalto della sera.
Mentre completo la mia camminata quotidiana, corroborata oggi da una temperatura esterna che rende il tutto quasi ideale - se non fosse per quell’odore persistente e penetrante di inquinamento dell’aria di pianura, che mi accompagna implacabilmente a ogni passo – mi fermo a guardare, meglio a contemplare, una vasta e irregolare distesa bianca di ali e code posate su un campo di periferia.
Lo spettacolo è davvero bello. I movimenti irregolari, quasi le vibrazioni, dello stormo di uccelli candidi sul verde appassito del prataccio - solcato dal solito elettrodotto di pianura – hanno qualcosa di pacificatorio per l’anima.
Sono come un frammento di mosaico, un fugace episodio di natura, in un territorio – quello della campagna emiliana, o di ciò che ne resta – che di “ambiente naturale” ha saputo conservare poco o nulla, nascondendosi dietro il falso alibi della “grande via” (Emilia) che da sempre favorirebbe, attirerebbe con la sua presenza lineare, l’insediamento umano, l’edificazione, la civiltà di uomini e macchine.
Quella nuvola bianca e frastagliata sono aironi, credo di non sbagliarmi. Aironi guardabuoi. Almeno quelli penso di saperli riconoscere: mi accompagnano, ci accompagnano – noi abitanti di pianura con qualche decennio sulle spalle – sin dall’infanzia. Quasi un elemento caratteristico del territorio naturale, insieme ai canali di bonifica, ai loro argini, ai pioppeti che fino a qualche anno fa riuscivi ancora a veder spuntare fra due campi coltivati, appena fuori dei centri abitati. E che adesso, non ho capito perché, sono ormai spariti quasi tutti; per non parlare dei filari: quelli, poi, eradicati da un pezzo, li puoi vedere ancora in qualche vecchio film tipo La strategia del ragno.